Audace colpo dei soliti ignoti

“Dimmi un po’ ragassuòlo, mo’ tu conosci un certo Mario che abita qua intorno?”
“Qui de Mario ce ne so’ cento”
“Sì va bene, mo questo l’è uno che ruba…”
“Sempre cento so’ “

Alcuni passi della ricostruzione dello scandalo di San Marino fatta da Walter Galbiati:

Partivano assegni e tornava danaro contante. Tanto denaro: un miliardo e duecento milioni in banconote da 500 euro, soltanto tra il 2004 e il 2008. Un fiume di soldi con arrivo e traguardo sulla vetta del Monte Titano, in quel paradiso off shore autoctono che risponde al nome di San Marino. Un viaggio attraverso le linee d’ ombra del sistema finanziario che ha consentito di ripulire denaro di dubbia provenienza.

Secondo le ricostruzioni dell’ inchiesta, chi – per esempio – possedeva un’ impresa e voleva pagare meno tasse non faceva altro che gonfiare i costi pagando fatture per lavori mai eseguiti, quindi false, a società intestatea prestanomi. A loro volta queste società, dopo aver incassato i soldi, emettevano assegni a persone spesso inesistenti o compiacenti che, dopo averli girati, restituivano gli assegni all’ imprenditore che aveva pagato la fattura. Gli assegni venivano poi depositati alla Cassa di Risparmio di San Marino che li spediva all’ Istituto centrale delle banche popolari per la “lavorazione”. Qui l’ importo diventava un credito a favore della Cassa di Risparmio presso il conto 4370/56 aperto nella sede di Forlì del Monte dei Paschi di Siena. Con un fax la Cassa di San Marino chiedeva al Monte dei Paschi di volta in volta il prelevamento di contanti dal proprio conto specificando il taglio di banconote. Cifre spesso rilevanti che la banca senese si procurava presso la Banca d’ Italia di Forlì, dove esiste un conto gestione intestato a Mps. Incaricata del prelevamento era la ditta Battistolli che invece di portare i soldi alla filiale del Monte dei Paschi, li trasportava direttamente a San Marino, alla Cassa di Risparmio che nel frattempo aveva inviato un fax di richiesta per il ritiro di contante. Insomma, il principale istituto bancario di uno dei Paesi più criticati per le norme sulla trasparenza e sulla collaborazione contro il riciclaggio si forniva di denaro sonante per i suoi clienti dalla stessa Banca d’ Italia, grazie alla schermatura fornita dal Monte dei Paschi.

A quanto pare il meccanismo ha continuato a funzionare per 15 anni, coperto in qualche modo dal ministero delle Finanze e dalla Banca d’Italia che non si capisce come abbia fatto a non accorgersi di niente per tutto questo tempo se è vero che Forlì veniva subito dopo Milano e Roma per i quantitativi richiesti di banconote da 500 euro.

Ci sfugge però una cosa. In ogni colpo criminale che si rispetti c’è l’autore ma anche il complice, chi fa il basista, il palo, o il ricettatore. Quale, allora il preciso ruolo del Monte Paschi Siena? E come è possibile che Siena non sapesse nulla di quel che accadeva alla Filiale di Forlì?

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