Non c’è ripresa senza il lavoro

Scusate se anch’io continuo a battere il tasto dell’occupazione e del lavoro, ma ormai abbiamo capito tutti, tutti tranne i media che della crisi riportano solo le buone notizie, che questo è lo snodo cruciale che condizionerà quella che gli ottimisti chiamano ripresa ma che in realtà è solo una fase in cui le cose peggiorano solo più lentamente o come dice Trichet, vanno meglio di quanto previsto, come se ci fosse da esultare se il paziente ha qualche linea di febbre in meno ma la prognosi rimane riservata.

L’abbiamo detto in tutte le salse che questa non può essere una vera ripresa se basata solo sugli incentivi alla rottamazione e sulla ricostituzione delle scorte. Prima o poi i primi si esauriscono e le seconde riempiranno i magazzini. Manca il motore di una ripresa sostenibile, la spesa dei consumatori. Di quelli americani soprattutto. E i numeri che provengono dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, l’abbiamo visto nei giorni scorsi, non lasciano molte speranze.

Se questo non bastasse considerate anche il fatto che la crescita dei salari di chi un posto di lavoro ancora ce l’ha si è fermata. Tra il 2006 e il 2008 i salari sono cresciuti ad un tasso annualizzato del 4.0%, mentre nell’ultimo trimestre la crescita è stata dello 0,7% su base annua. Aggiungiamo a questo dato le ultime notizie che parlano di molte aziende, enti comunali e statali che stanno costringendo i propri dipendenti a prendersi le ferie forzate o lunghi periodi di permessi non retribuiti.

Ad essere colpita in modo particolare la classe media che è anche quella più indebitata e maggiormente toccata dalla crisi immobiliare. Un recente rapporto di Bank of America e Merrill Lynch che analizza i dati della Federal Reserve, a dispetto del titolo “The Myth of the Overleveraged Consumer” (Il Mito del Consumatore Superindebitato), dimostra proprio che la più colpita dalla crisi, oltre i poveri, è indubbiamente la classe media americana, molto più di quel 10% di ricchi che hanno sì subito delle perdite ma in proporzioni nettamente inferiori.

Fatto pari a 100 il reddito americano, la classe media copre dal 40 al 90% del reddito percentuale, la classe a basso reddito va da zero al 40%, mentre la ricchezza rappresenta il picco del 10%. Ebbene gli asset della classe media sono rappresentati per il 50% da proprietà immobiliari che, come sappiamo, hanno subìto una forte perdita di valore e stanno ancora diminuendo, molto più delle azioni che invece da marzo hanno recuperato il 50% del loro valore prima del crollo. I ricchi invece, secondo il rapporto, hanno solo un quarto dei loro asset in proprietà immobiliari, mentre la maggior parte è in azioni o bond.

Il rapporto ci dice che nel 2007 l’indebitamento della classe media era pari al 205% del reddito disponibile, quello della classe a basso reddito era pari al 133% e quello dei ricchi pari al 116%. Inoltre la classe a basso reddito che rappresenta il 40% della popolazione conta per solo il 12% sulla spesa per consumi, la classe media che costituisce il 50% della popolazione conta il 46% sui consumi e i ricchi di conseguenza coprono il 42% della spesa.

La domanda è sempre la stessa: da quali consumi verrà la ripresa se i salari continuano a diminuire, la disoccupazione aumenta, le ore di lavoro vengono tagliate, un gran numero di lavoratori sono costretti a lavorare part-time, crescono le insolvenze, i redditi di sempre più numerose famiglie si riducono e cambiano gli stili di vita anche di chi non ha problemi economici?

A meno che non diamo retta a BofA-Merrill Lynch secondo cui è sufficiente contare solo su quel 10% (i ricchi) per rimettere in moto l’economia. Una logica moralmente, politicamente ed economicamente indifendibile:

If we’ve learned anything from the Great Recession-Mini Depression of the last 18 months, it’s that the skewing of income and wealth to the top has made our economy far less stable. When the majority of middle-class and poor Americans are either losing their jobs or feel threatened by job loss, and when those who still have jobs are experiencing flat or declining wages, there’s simply no way to get the economy back on track. The track we were on — featuring stagnant median wages, widening inequality, and job insecurity — got us into this mess in the first place.

Già, se abbiamo imparato qualcosa dalla Grande Recessione-Mini Depressione degli ultimi 18 mesi, è che reddito e ricchezza dirottati verso il vertice della piramide hanno reso la nostra economia molto meno stabile. Quando la maggioranza della classe media e degli americani poveri stanno perdendo il loro lavoro o hanno paura di perderlo, o quelli che hanno ancora un posto di lavoro hanno salari piatti o in diminuzione, non c’è modo di rimettere in carreggiata l’economia. E’ la strada sulla quale eravamo — caratterizzata da salari medi stagnanti, allargamento della disuguaglianza, precarietà del lavoro — ad averci messo in questi guai prima di ogni altra cosa.

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Published by bernspan

A former employee of a bank that no longer exists. Un ex-dipendente di una Banca che non esiste più.

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